Con il terzo Sì ai referendum dell’8 e 9 giugno, possiamo limitare l’abuso dei contratti a termine. Un passo fondamentale per garantire ai giovani e ai lavoratori un futuro stabile e dignitoso.
La precarietà non è libertà. È incertezza, stress, rinuncia. È il motivo per cui tanti giovani abbandonano l’idea di mettere radici, costruire una famiglia o anche solo pianificare il futuro. Per questo il terzo quesito referendario è così importante: propone di cancellare la liberalizzazione selvaggia dei contratti a termine introdotta negli ultimi anni, restituendo senso e dignità al lavoro.
Oggi un contratto a termine può essere rinnovato più volte, senza motivazioni, per periodi lunghi e incerti. Così, le imprese possono coprire posti stabili con rapporti temporanei, alimentando un sistema che si regge sull’instabilità.
Votando Sì, si chiede di reintrodurre l’obbligo di motivare il ricorso al contratto a termine: una tutela per il lavoratore, ma anche uno stimolo per creare occupazione sana e duratura.
È una battaglia culturale, prima ancora che normativa: il lavoro non può essere trattato come un favore temporaneo, ma come un diritto strutturale che fonda la dignità personale e la coesione sociale.
L’8 e il 9 giugno, diciamo Sì per un’Italia che investe sui propri cittadini, che crede nella stabilità e nella qualità del lavoro. Per dire basta alla precarietà e restituire futuro a chi costruisce ogni giorno questo Paese.
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