Appalti e sicurezza: il lavoro non può costare la vita

Il quarto quesito referendario ci chiede di ristabilire una regola di civiltà: chi appalta un lavoro deve rispondere, insieme all’appaltatore, degli incidenti sul lavoro. Un Sì per tutelare chi rischia la vita ogni giorno.

Data di pubblicazione: 10/05/2025

Autore: Martina Lo Cicero

Ogni anno, centinaia di lavoratori perdono la vita mentre svolgono la propria attività. Troppi incidenti, troppi silenzi. Troppa indifferenza. Spesso a pagare sono i lavoratori delle imprese in subappalto, senza le stesse tutele e sotto il ricatto dell’urgenza e del profitto.

Il quarto referendum interviene su questo punto cruciale: chiede di ripristinare la responsabilità solidale del committente, cancellata da una legge recente. In parole semplici, significa che anche chi affida i lavori — aziende, enti, appaltatori — deve rispondere delle condizioni in cui vengono svolti.

Non si tratta di colpe da distribuire, ma di responsabilità da assumere. Perché la sicurezza sul lavoro non può essere demandata all’ultimo anello della catena. Deve essere condivisa, vigilata, garantita da tutti.

Chi guadagna da un lavoro, deve anche farsi carico di garantirne le condizioni minime di dignità, sicurezza, formazione e tutela. Perché dietro ogni elmetto c’è una vita. E ogni vita vale più di qualunque profitto.

L’8 e il 9 giugno, votare Sì al quarto quesito è un atto di giustizia per tutti i lavoratori e le lavoratrici che ogni giorno rischiano troppo. È un Sì alla responsabilità, alla trasparenza e alla vita.

Martina Lo Cicero

Presidente dell’Assemblea del Partito Democratico di Pordenone e consigliera comunale. Attenta alle tematiche del lavoro, della sicurezza e della giustizia sociale, si batte per una società più equa, in cui la dignità delle persone venga prima di ogni interesse economico.

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